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Mourinho, lo stratega della leggenda

La semifinale con il Barcellona rivelò al mondo l’importanza del capolavoro tattico. Ogni pezzo s’inseriva in un’orchestra perfetta. Lì anche il segreto di due anni vincenti e coraggiosi.

Mourinho, lo stratega della leggenda

La semifinale con il Barcellona rivelò al mondo l’importanza del capolavoro tattico. Ogni pezzo s’inseriva in un’orchestra perfetta. Lì anche il segreto di due anni vincenti e coraggiosi.

Mourinho lo stratega della leggenda. L’assunto iniziale, la base di partenza è una. Ed è la sola che può aiutare a capire l’impresa che costruì, nell’anno di grazia del 2010, la banda capitanata da Josè Mourinho.

Nella fase iniziale della Champions League, quella a gironi, rimediammo contro il Barcellona un’autentica lezione (uno 0-0 a San Siro e una sconfitta per 2-0 al Camp Nou). I numeri non furono neanche così impietosi ma in campo il divario tra le due formazioni fu davvero notevole. 

I catalani furono più forti in tutto. Una supremazia impressionante, fatta di tanti fattori nei quali gli spagnoli sembrarono distanti anni luce.

Lo stesso Mourinho, come ebbe modo di raccontare negli anni a venire, vestì i panni dello scolaro e creò cartelle di appunti. Osservazioni che a giudicare dal capolavoro in semifinale si rivelarono miracolose.

Il vate, quel giorno, adoperò forse una terminologia mutuata dalla curva. Forse “asfaltiamoli”. Piace pensarlo. 

Il gioco interista era stato ideato per legare e tramortire i catalani; gli spagnoli conobbero l’esatto senso della disfatta. 

Loro erano i più forti del mondo; campioni di tutto, padroni di tutto anche del loro mito onnipotente. 

Ibrahimovic, l’ultimo arrivato, aveva trovato il clima giusto per le sue esternazioni, piene di proclami e ipotetiche goleade risolutive. 

Si rivelò un oggetto misterioso, in perfetto stile europeo. Anche a Milano aveva indossato il ruolo del fantasma.

Messi, il più forte del mondo, costretto in una gabbia. Il progettista era Mou, i suoi ragazzi costruivano. 

Milito, il principe, l’uomo capace di stravolgere tutto, l’uomo in più. Apriva gli spazi per i compagni e concludeva. 

Ogni cosa trovò il suo incastro. La difesa e la classe cristallina dei suoi interpreti. 

Momenti a cento all’ora come le azioni veloci di una squadra che travolgeva tutto, caparbia, grintosa dove l’aggressione non era un reato ma veniva premiata. 

Un’aggressione continua, incontrollata e il Barca fu oltraggiato e rinchiuso nel labirinto della nostra follia.

Mou evitò, con sapienza, le ragnatele del tiki-taka di Guardiola. I nerazzurri uccisero anche il ragno.

Lui Mou al di sopra di tutto, come Helenio Herrera, come l’onnipotenza di una squadra che potè ogni cosa. Quel 20 aprile 2010 ebbe il sapore lungo di tante generazioni che seppero aspettare. 

Quel 3-1 al Meazza fu il capolavoro tattico di Mourinho; al ritorno al Camp Nou una partita di sofferenza e di contenimento degli avversari con una sconfitta di misura.

La strada verso la gloria imperitura fu tracciata. Come un calice di champagne, dove l’ultimo sorso, il più buono, fu bevuto in finale contro il Bayern di Monaco.

Mourinho fu questo. O meglio, anche questo. Uno stratega. Il vate.