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Mariolino Corso il piede sinistro di Dio

La punizione di Corso segnava l’arte di una nota, di un secondo regalato ai posteri. Quello determinante, quello che ti faceva sobbalzare, come rapito da un’estasi di fede.

Mariolino Corso il piede sinistro di Dio

La punizione di Corso segnava l’arte di una nota, di un secondo regalato ai posteri. Quello determinante, quello che ti faceva sobbalzare, come rapito da un’estasi di fede.

Mario Corso il piede sinistro di Dio. Mario Corso, una vita all’Inter. Veronese, ha giocato più di 500 partite in maglia nerazzurra e segnato un centinaio di reti per i nostri colori.

I soprannomi sono stati vari ma il più rappresentativo è “Il piede sinistro di Dio”.

Giocatore di talento era uno specialista nei calci di punizione; divennero proverbiali le sue punizioni a foglia morta. La traiettoria era un disegno sospeso nell’aria ma l’effetto caricato sul pallone escludeva tutto dai radar dei portieri.

Con l’Inter vinse tutto; quattro scudetti, due coppe dei campioni e due coppe intercontinentali.

Nell’Inter del Mago Herrera occupò un posto di primo piano. Calzettoni abbassati e numero 11 sulla maglia, Mariolino Corso seppe caratterizzare un’epopea di trionfi.

Arrivò all’Inter nell’ambito di un operazione di mercato più vasta; ma il ragazzo che inizialmente guadagnava settanta mila lire al mese era promettente e si fece strada.

Fu elemento decisivo in tantissime occasioni; come in quel settembre del 1964 quando un suo gol, nel primo tempo supplementare contro l’Independiente, ci regalò la vittoria e il titolo di campione del mondo.

Colori di poesia, quasi mutuati da tempi antichi perchè il confronto con gli argentini dell’Intercontinentale fu epico e con contorni romanzeschi. Il terzo scontro, in poco tempo, tra due club che si diedero battaglia colpo su colpo. Per il controllo sul mondo.

Sulla sua indole il grande Gianni Brera ideò un soprannome che la diceva lunga sui pensieri di una parte della critica. Così Corso divenne il participio passato del verbo correre … Corso era però prima di tutto spettacolo. Era il genio, l’estro, la fantasia, la creatività. Tutto era parte del bagaglio di un calciatore capace di vincere e sfruttare al meglio anche le pause.

Il suo modo di stare in campo, come un tassello di un’orchestra, portava a credere che la sinfonia era quella giusta perché anche Corso era uno strumentista speciale ed essenziale.

La punizione di Corso segnava l’arte di una nota, di un secondo regalato ai posteri. Quello determinante, quello che ti faceva sobbalzare, come rapito da un’estasi di fede.

Sui destini dell’Inter, che dominò in Italia e nel mondo, si avverte il peso specifico di questo campione. Di questo straordinario trequartista ante litteram, come è stato evidenziato dalla stampa specialistica.

Anche la stessa volontà del presidente Angelo Moratti di confermarlo a vita nonostante le continue richieste di cessione di Herrera fanno parte di un clima familiare dove si annidano parte dei motivi della fortuna euromondiale interista.

La morte di Mariolino Corso, avvenuta di recente, ha lasciato un filo di nostalgia e rispetto per la genuinità di un’intera generazione di uomini e campioni.

 

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