Aleksandar Stanković, oggi regista del Club Brugge e legato all’Inter da una clausola di recompra valida per i prossimi due anni, ha raccontato il suo percorso e le sue emozioni in una lunga intervista concessa a HLN.
Una scelta di cuore, non di calcolo.
“Ho scelto il Bruges seguendo l’istinto. Fin dai primi colloqui ho sentito fiducia, un’energia positiva. Qui c’è coraggio, soprattutto nello spazio che viene dato ai giovani anche in Champions League, e questo per me ha pesato tantissimo. L’Inter? Le trattative si sono mosse lentamente, ma ero sicuro che si sarebbe trovato un accordo”.
Il tema della clausola di riacquisto nerazzurra sembra però secondario per lui:
“Non ho mai pensato alla recompra. A me interessava trasferirmi al Bruges, tutto qui. L’ho deciso da solo e solo dopo ho informato papà. È venuto a trovarmi di recente: ci vediamo pochissimo per via del calcio, quindi ogni visita è speciale. Ma ovviamente aumenta un po’ la pressione…”.
Un legame indissolubile con l’Inter.
“Cresciamo tutti con la maglia dell’Inter addosso, è casa nostra. Papà ci ha giocato, io e i miei fratelli siamo cresciuti nel settore giovanile. Anche se oggi indosso altri colori, il mio tifo per l’Inter non cambierà mai”.
Un ricordo molto particolare riguarda proprio San Siro:
“Quando guardavamo le partite in tv dovevamo chiudere le finestre e alzare il volume al massimo. Altrimenti sentivamo i boati dello stadio prima di vedere il gol in televisione. Abitavamo talmente vicino che sembrava di essere già dentro”.
E il pensiero sulla possibile demolizione è pieno di nostalgia:
“Milano è il Duomo e San Siro. Togliere quello stadio significa toglierti un pezzo di vita. Io mi svegliavo e la prima cosa che vedevo era San Siro. Da bambino mi ripetevo: ‘Un giorno giocherai lì’. Sono arrivato in prima squadra, ma non ho fatto un solo minuto. È un sogno che porto ancora con me”.
La nuova vita in Belgio e il rapporto con l’universo Inter.
“Oggi il Bruges è il luogo ideale per crescere. Ho bisogno di minuti, fiducia e continuità. Con qualcuno dell’Inter non mi sento, ma restavo spesso in contatto con Dimarco. Per me è come un fratello maggiore: mi ha accompagnato passo dopo passo nello spogliatoio e lo considero una persona splendida”.
