Di Flavio Verzola.
Quelle frasi della notte, quei dubbi amletici che troppo spesso punzecchiano il nostro bersagliato cervello e che, per vigliaccheria o puro spirito di conservazione, scacciamo e nascondiamo come la polvere sotto il tappeto.
Riportiamo il dubbio su un piano a noi più congeniale, lasciando a ciascuno le proprie tribolazioni personali. Nell’animo tradizionalmente tormentato dei cuori nerazzurri, per quanto mi riguarda – e penso, ma non ne sono sicuro, per la maggior parte del popolo interista – i rimpianti sono di gran lunga superiori ai rimorsi.
Il tarlo che ci rode il cervello è bello grasso e attivo, per aver mangiato a sazietà in questi anni, in cui il “sarebbe potuto essere” è di gran lunga più fastidioso di quello che è stato.
Il calciomercato
Odio il calciomercato. Odio le voci, le ipotesi, le paure, le false esaltazioni da ombrellone, le battaglie intestine tra i “siamo fortissimi e vinciamo tutto” e i “quest’anno non si vince nulla”.
Tra chi tribola perché gli altri fanno e noi no, rosi dall’invidia e pronti a puntare il dito su tutto e tutti, e chi invece – buonista per natura – dice che “siamo sempre fortissimi” e “aspettiamo la fine del mercato per giudicare”, il risultato è un gran casino!
Basta scorrere i social: accuse di non essere interisti, o almeno di non esserlo abbastanza, e interminabili liste di acquisti e cessioni. Tutti, improvvisamente, diventati direttori sportivi con i soldi del Monopoli!
Il punto di vista
Detto ciò, devo giustamente dire la mia, altrimenti poi come farete a insultarmi dicendo la vostra, in un mondo in cui tutti hanno ragione e torto contemporaneamente?
Avendo con sofferenza pagato il rinnovo del mio abbonamento al secondo rosso, credo di potermi permettere un’opinione. Giusta per qualcuno, sbagliata per molti, ma me ne farò una ragione.
Il problema di base è la differente, se non parallela, posizione tra il tifo e chi tira fuori i “danee”, per dirla alla milanese.
Partendo dal presupposto che ahimè i Moratti non ci sono e non ci saranno mai più, questi avventurieri californiani non sono certo una società no profit di beneficenza. A loro interessa poco o nulla delle tribolazioni del tifoso; interessa ancor meno vincere, se non legato a un rientro economico importante.
Meglio essere abbastanza competitivi per illudere il popolo, arrivare a giocarsela fino a che si può… e contare gli incassi!
Le scelte societarie
Ecco perché, per lor signori, arrivare ad un pelo da tutto non è stata una catastrofe, come per noi tifosi, ma solo un trionfo finanziario.
A questo punto ci saremmo aspettati almeno una serie di investimenti mirati e massicci, una programmazione precisa, con i tempi giusti per consegnare a Caschetto i giocatori necessari al suo progetto.
Dopo Simone, basta centrocampisti ex numeri 10, basta angoscianti partenze da dietro, basta infilate tipo gol presi da situazioni di vantaggio. Magari maggiore verticalizzazione, giocatori che saltano l’uomo, schemi meno congelati, un piano B in corso d’opera.
E invece, cari amici, lunedì prossimo si gioca la prima di campionato e – infortuni e squalifiche permettendo – scenderemo in campo con la medesima formazione dello scorso anno, con le stesse scricchiolanti certezze.
Sperando che almeno i tre punti possano ridarci un flebile fiato. Perché Caschetto, come il suo mentore, non è un pirla e ha capito che il suo credito da tripletista e interista di cuore non è illimitato: l’unico modo per salvarsi è ricominciare a vincere.
Il mercato
Il mercato dell’Inter rasenta la schizofrenia.
Ci serve un mediano forte in copertura e costruzione? Ok, è fatta… anzi no!
Ci serve un esterno veloce che salti l’uomo e punti la porta? È fatta, vuole solo noi… sì, ma la società proprietaria? Tranquilli, è amica… risultato: nulla.
E il centrale forte, quello che potevamo prendere dalla Samp per due spicci lo scorso anno e che ora è al Liverpool? Promesso, ma mai arrivato.
Si dice: non serve. Meglio un braccetto perché Benji si è imbrocchito e lo vogliamo vendere.
La quinta punta? Regalati Esposito e Carboni almeno in prestito secco! Tanto “non avrebbero mai giocato”.
Meglio spendere 25 cocuzze per “Gigi”, mentre in Francia ridono e a Parma brindano per gli altri 25 spesi per Bonny, con gli stessi gol di Esposito venduto per meno della metà.
E ancora: una giovane promessa riscattata dalla Roma per 6 cocuzze? Presa… no, rivenduta subito alla Dea per 17 milioni. Un’operazione di speculazione finanziaria, non di calcio.
Via Aslani per quattro fichi: gruzzolo in cassa, ma idee zero. Lunedì si ricomincia, tra confusione e improvvisazioni, per la gioia dei giornalisti che ogni giorno scrivono storie fantasiose sull’Inter, smentite puntualmente il giorno dopo.
Conclusione
Insomma, Flavio non sei mai contento… ma cosa vuoi?
Vorrei un minimo di idee chiare.
Vorrei un programma serio, fatto per tempo.
Vorrei la potenza economica per applicarlo.
Vorrei un piano B e C immediato.
Vorrei che Piero non avesse i milioni arabi per la testa.
Vorrei che Marotta fosse un pelo più vicino al pensiero dei tifosi, e non solo a quello della società.
Vorrei tornare al Meazza lunedì con entusiasmo e non con rabbia e nostalgia delle bandiere in curva che non ci sono più.
Vorrei troppo. Ai rimpianti aggiungerò nostalgia e tristezza per un calcio che non c’è più.
Allora sì, posso anche restare a casa. Tanto l’Inter è una fede e si segue a prescindere. Le critiche non sono da interista vero, dite voi.
Avete ragione. È ciò che farò molto presto, ancor prima del previsto.
Buona giornata… almeno sembra arrivare un po’ di fresco!

