Di Flavio Verzola.
Primo editoriale di questa stagione.
Ho deciso di dare sempre più importanza a sentimenti e sensazioni, tralasciando magari la cronaca pura, che potete trovare ovunque. Fortunatamente, l’interismo è una fonte inesauribile di stati d’animo talmente contrastanti da essere al limite della schizofrenia.
La prima di campionato ha sempre un gusto particolare: il primo appuntamento con l’amore della tua vita, il primo giorno di scuola… una sorta di emozioni fortissime, nonostante il ripetersi anno dopo anno. Tanto di uguale e tanto di diverso. E le diversità, rispetto alla rassicurante routine, spaventano: tolgono le poche sicurezze rimaste, quelle che ci sono e quelle che ci inventiamo.
Stesso panino? Stesso zaino? Stessa maglia, stessa sciarpa… o si cambia? Perché se “porta bene”, si deve fare così durante tutta la stagione. Altrimenti si cambia per forza. Quando la scaramanzia detta legge, tutto ruota intorno al motto: “Chi ben comincia è a metà dell’opera”. Cosa che, a ben vedere, è assolutamente opinabile.
La prima in casa rappresenta comunque un segnale forte per tutta la stagione. Ovviamente, la bellezza del calcio e delle certezze del tifoso è che ognuno se le crea e gestisce come gli fa più comodo.
Attimo di ansia, appoggiando la tessera del tifoso su cui è caricato l’abbonamento: con quello che costa, ci mancherebbe pure che non funzionasse! Nostalgicamente, rimpiango i giorni in cui il tipo all’entrata, con un aggeggio, ti bucava la tesserina della giornata. Senza buco, eri colpevolmente assente. Tutti i buchi a fine stagione? Motivo di vanto.
Trillo immediato e rassicurante. Si spinge il tornello col sorriso e finalmente siamo nel cortile di casa.
Spesso farò ricorso a brani di canzoni. La musica è un’emozione così forte che può raccontare ogni cosa. E mentre pensavo alle sensazioni di questo strano lunedì sera di fine agosto, mi viene in mente “Confusa e felice” di Carmen Consoli. Non che sia un fan particolare della cantante catanese, ma una strofa mi sembra adatta:
“Sai benissimo che sto tremando e non c’è freddo
e sono vittima di questa gioia immensa
sai benissimo che nulla può scalfirci adesso
è così fragile il mondo che ci aspetta, che ci spaventa.”
Freddo tutto il contrario. Caldo, ma non issimo, in questa notte nerazzurra, e quando senti “Ogni volta” di Vasco, nel buio dello stadio illuminato dalle lucine sugli spalti, anche il risentimento del cuore tradito si attenua… nonostante tutto.
In effetti mi sento drammaticamente “Confuso e felice”, in questo ossimoro vivente che rappresenta lo stato d’animo nerazzurro. Da confuso felice a tradito contento, è un attimo!
Arrabbiato e deluso, perché per tutto il viaggio da casa a casa ci siamo sfogati con gli amici di sempre. Filippiche sanguinose sulla proprietà americana, sulla miopia dei dirigenti, su un mercato assolutamente discutibile, sull’estate trascorsa a leccarci ferite profondissime e sulla rabbia per essere stati ad un passo dal paradiso… e invece sprofondati all’inferno. Soprattutto, ma non solo, per colpe nostre.
Ma quando in lontananza cominci a vedere le torri del terzo anello, e questo gigante — sicuramente molto vecchio, forse troppo — ma ancora incredibilmente affascinante, allora dalla rabbia e dalla delusione si passa alla gioia. Con quell’emozione unica che ti regalano questi meravigliosi colori, e allora tutto (o quasi) passa in secondo piano.
Come mi sento? Forse siamo tutti come quel marito di una moglie bellissima, che lo tradisce ripetutamente, e non perde occasione per mettere alla prova il suo amore folle e disperato. Pur sapendo perfettamente dei suoi continui tradimenti, non riesce a lasciarla, quasi fosse magicamente ammaliato da questo amore tossico.
Troppe cose non vanno in questa Inter. Troppa distanza nei principi e nelle aspettative del popolo e di chi gestisce i cordoni della borsa. Troppe decisioni arbitrarie — seppur in parte giustificate dalla drammaticità dei fatti. Mi riferisco alla battaglia tra Curva, Procura e Società, in cui non ci sono vincitori, ma solo perdenti, in una sorta di follia in cui hanno tutti torto.
Di sicuro, vedere la Curva morta, dire “deprimente” è un eufemismo. Nonostante qualche timido tentativo dello stadio, senza la guida, il calore e la passione dei ragazzi della Nord — i ragazzi della Nord, non i delinquenti che l’hanno distrutta — diventa tutto molto più difficile.
Avevamo un finale di stagione da ribaltare, cosa impossibile da fare in una sola giornata. Avevamo un nuovo allenatore, con l’Inter nel cuore e sotto il caschetto. Nuove idee, tante speranze, curiosità per i nuovi — anche se magari non sono quelli sperati.
Di sicuro, avevamo tutti bisogno di un segnale forte, di uno schiaffo che ci svegliasse dall’incubo. E finalmente è arrivato.
Ho visto tanta rabbia e determinazione, ho visto la ferocia con cui Lauti ha pressato, rubato l’attimo e annichilito la difesa emmenthal del Toro. Ho visto un Thuram finalmente ritrovato, dopo sei mesi di vacanza, come ha detto giustamente il Basto.
Ho visto la squadra cercare anche — ma non solo — la partenza dal basso, con qualche lancio e qualche verticalizzazione. Alleluia!
Ho visto Dimarco ancora troppo fuori forma, e Dumfries molto col freno tirato. Ho visto un volenteroso Barella, ma ancora parecchio impreciso.
E ho visto anche una luce in fondo al tunnel della mediocrità, un’alba che brilla da est. Questo ragazzone croato ha mostrato una personalità e una qualità veramente da fuoriclasse. Calma e gesso… una rondine non fa primavera, ma la sensazione — appena sussurrata, perché la scaramanzia è d’obbligo — è che, almeno per una volta, forse ci abbiamo preso alla grande!
Torino troppo brutto per essere vero, mai in partita, travolto e violentato. Sicuramente indegno dei propri tifosi arrivati numerosi, che hanno inneggiato per tutta la partita al loro presidente con cori tutt’altro che amichevoli.
Fortunatamente questo mercato al massacro sta per finire: tra veleni, polemiche e malumori, tra idee sbandierate e prontamente ammainate. Tifosi sedotti e abbandonati, che ancora una volta hanno pagato 35/40mila abbonamenti completamente o quasi al buio, come ennesimo atto di fede e amore, cieco e sordo, nella sua illogica e tossica trappola.
Questo inizio è stato un leggero brodino, per chi ha lungamente patito la fame, sognando tavole imbandite e dovendosi accontentare del nulla o quasi. Troppo lapalissiano dire che comunque, meglio fare cinque gol che prenderli!
Come chiosa finale, vorrei ricordare che il 27 agosto di trent’anni fa esordiva l’unico e irripetibile numero 4 della storia dell’Inter. Ed è ancora una nostra bandiera.
Ma soprattutto, non posso esimermi dal manifestare tutta la mia preoccupazione e affetto incondizionato nei confronti del Presidente Moratti, in ospedale per una grave polmonite.
Coraggio Massimo, non mollare.
Marcia avanti.
