Di Flavio Verzola.
“Vecchio Diranno che sei vecchio Con tutta quella forza che c’è in te Vecchio Quando non è finita, hai ancora tanta vita E l’anima la grida e tu lo sai che c’è Ma sei vecchio Ti chiameranno vecchio E tutta la tua rabbia viene su Vecchio, sì Con quello che hai da dire Ma vali quattro lire, dovresti già morire Tempo non c’è ne più Non te ne danno più”.
Non sono un grande amante di Renato Zero, ma rispetto e stimo l’artista. E alla notizia dell’abbattimento imminente del Meazza, per far posto a un’arena moderna e funzionale, non ho potuto fare a meno di pensare a questi versi.
Una fitta di malinconia mi ha attraversato il petto. Il Meazza, per me, non è solo uno stadio: è casa. Diversa, uguale, ufficiale e sentimentale. Con la Cremonese non c’ero, colpa di un mal di schiena che solo chi ha inanellato molte primavere può comprendere. Sono rimasto a casa, sì… ma non a casa, non davvero.
Spero di tornare presto. E quando lo farò, guarderò il vecchio gigante con occhi diversi. Sopporterò con spirito nuovo le file interminabili ai tornelli, gli odori intensi delle salsicce sfrigolanti, le faticose scale del secondo rosso – con inevitabile pausa a metà per riprendere fiato. Accetterò con filosofia i bagni fatiscenti, le code infinite per un caffè pessimo ma indispensabile, perché la cabala va rispettata.
E poi il corridoio… quel passaggio che si apre d’improvviso su un mondo: il campo. Il verde ti abbaglia, il respiro si ferma, l’emozione è sempre la stessa.
Il tempio dei ricordi
Ogni volta sembra impossibile che da fuori possa essere così maestoso, così coinvolgente.
Aspetto che i colori della curva tornino a colorare il cielo. Aspetto i cori, il fermento del prepartita, i saluti ai compagni d’abbonamento – che ormai sono quasi amici. Alcuni, senza quasi.
Tollerò persino i soliti occasionali: quelli che arrivano tardi con lo sguardo perso e il biglietto stropicciato in mano, alla disperata ricerca del loro posto… immancabilmente in fondo alla fila. E poi i fanatici della birra: quella annacquata, costosissima, che li costringe a continue levate in piedi e puntuali gite in bagno.
Alla fine, sopporterò tutto. Anche il deflusso finale: sorridente, se si vince. Furioso, se si perde. Tra selfie di chi ride sempre e comunque, mentre tu vorresti solo spaccare il mondo.
Alla prossima partita penserò alla mia prima volta. Quando papà mi portò, e il terzo anello ancora non c’era. L’emozione di “sentire” il catino per la prima volta – che da allora si ripete, incessante, rassicurante.
Perché se ci vai, ti incazzi. Per il traffico, le code, gli incidenti, i parcheggi selvaggi. Meno male che c’è il pullman del club: almeno nessuno può sfondarmi il vetro come l’ultima volta, per rubarmi due panini e uno zaino.
Ma se non puoi andarci… ti manca tutto tremendamente.
Guarderò il Meazza con affetto e rispetto. Come si guarda un nonno saggio, che ripete le stesse cose più volte ma che, quando smetterà di farlo, ti farà mancare il respiro.
Il Meazza è come il vecchio marinaio: può ancora pescare un Marlin gigantesco, anche se gli squali lo assediano. È stanco, ma ribelle. E ogni volta può ancora scatenare il boato. Quello che scuote gli spalti, infonde forza ai giocatori e fa tremare l’anima.
Lo chiamo Meazza. San Siro mi sembra più freddo, distaccato.
Il Meazza sa di storia e tradizione. Di dolcezza e malinconica consapevolezza.
Sa di quella sciarpa sulla bocca per evitare i fumogeni. Sa di un lontano Inter-Roma, quando la Nord si svuotava per andare verso la Sud. Sa di quel motorino assurdo, lanciato nella follia di un derby.
Sa della sassaiola davanti al baretto, nascosti nelle aiuole per sfuggire ai caramba col cinturone bianco.
Sa di mio padre, dei viaggi da Maranello e Sesto San Giovanni per incontrarci allo stadio, e godere insieme di quei 90 minuti. E quanto mi mancano quei momenti.
Sa di Romeo. Di Bubba. Di amici persi ma mai dimenticati.
Sa dei minuti finali di Inter-Samp. Di Giunti e Comandini. Della seconda stella.
Sa dei campioni a bocca aperta, increduli alla vista del catino nerazzurro.
E il nuovo stadio? Moderno, comodo, tecnologico, vanto della Milano europea…
Avrà lo stesso cuore? La stessa anima? Farà tremare il cuore quando tutti saltano e il gigante traballa?
Sarà la nuova casa, sì. Ma noi siamo nati in un’altra. Cresciuti in un’altra.
E nessuno potrà cambiare questa verità.
Avrei voluto uno stadio solo nostro. Magari fuori città, comodo per le tangenziali, senza invasioni sgradite.
Avrei voluto che il Meazza rimanesse vivo, come Wembley, casa delle Nazionali. Con Inter e Milan a costruirsi la propria identità in stadi separati.
Ma in Italia non si può. Troppo costoso, troppo lento, troppo complicato.
Mentre io ero a casa, malinconico e dolorante, l’Inter ha spazzato via la Cremonese. Una prestazione imponente, incoraggiante.
Caschetto – che con rispetto e stima continuiamo a sostenere – sta rivoltando la squadra come un calzino. Tatticamente e fisicamente.
Nonostante un mercato discutibile e risorse limitate, Cristian Chivu, principe di Romania, con il suo approccio sornione ma deciso, sta iniziando a illuminare il buio del tunnel.
Tre punti e un’altra prova convincente.
Ora arriva la sosta – che odio sempre di più – e poi il trittico di ferro: Roma, Fiorentina e Napoli. Capiremo di che pasta siamo fatti. E se, con realismo e cautela, possiamo concederci ancora qualche sogno.
Intanto, carpe diem. Magari con il primo gol di PioNostro in Nazionale.
Sperando che tutti tornino sani e motivati. Perché il Meazza ci aspetta. E ogni minuto con lui – con quel vecchio marinaio – sarà sempre più prezioso.
Marcia Avanti.
