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Riparte la Serie A: il calcio come serbatoio dei veri valori dello sport

L’odio appare, troppo spesso, la componente prevalente del tifo, quasi fosse decisiva e appagante.

Riparte la Serie A: il calcio come serbatoio dei veri valori dello sport

L’odio appare, troppo spesso, la componente prevalente del tifo, quasi fosse decisiva e appagante.

Riparte la Serie A: il calcio come serbatoio dei veri valori dello sport. Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Domenghini (Jair), Mazzola, Peirò (Milani), Suarez, Corso. Chi non ricorda, a memoria, questa mitica formazione che a metà degli anni sessanta vinse tutto tra scudetti, Coppe Campioni e Coppe Intercontinentali?

L’assunto è che una formazione di questo tenore sia da considerare come una sorta di patrimonio dell’umanità.

Come se ipotizzando un discorso idealistico questa non appartenesse, in modo particolare ed esclusivo, alla tifoseria interista ma a tutti i “tifosi” di calcio che amano lo sport.

Come il Cagliari di Scopigno e Riva o il Verona di Bagnoli. Financo il Milan di Sacchi o la Roma di Totti.

Certo il valore puro dell’avversario rimane. Come del resto la rivalità tra i club e i loro protagonisti.

Anche la contesa non dovrebbe mai perdere la sua asprezza e sana cattiveria agonistica.

Come a dire … in campo mai amici. Ma la lealtà, il rispetto, il senso di una sfida onesta dovrebbero sempre animare lo scontro tra i contendenti.

Si sente così la grande necessità di rimettere al centro del discorso lo sport e i suoi valori di base.

Quelli, per intenderci, che dovrebbero essere l’ispirazione per tutti i tifosi che pur vivono il calcio in tutte le sue innumerevoli espressioni.

Alcuni, in realtà, sembrano appartenere a un passato sfumato, quasi irreale.

Sempre l’Inter di H.H può costituire il paradigma.

La televisione era ancora in bianco e nero e le immagini, spesso sbiadite, provenienti da tutta l’Europa e dal mondo, riunivano  l’Italia.

Non aveva importanza per quale squadra potesse battere il tuo cuore; in quel momento l’Inter rappresentava il tuo paese.

Le battaglie contro l’Independiente di Avellaneda opponevano tout court l’Italia all’Argentina.

I tifosi erano ancora portatori sani di tifo. Erano dei romantici. In fondo amavano lo sport.

L’interista riconosceva il valore sportivo di una giocata di Rivera o un’energica chiusura difensiva di Trapattoni.

O, più in generale, della prestazione.

Sapeva, in definitiva, alzarsi in piedi e applaudire.

Oggi tutto questo sembra assumere una dimensione quasi fantastica o non riproducibile.

Se il tifo violento ha sporcato l’immagine sportiva e bella della competizione anche il tifoso normale è cambiato nel tempo.

Quest’ultimo ha quasi paradossalmente dimenticato il tifo viscerale per la propria squadra a vantaggio di un odio esagerato verso l’avversario, innalzato a nemico vero e proprio.

L’odio appare, a tratti, la componente prevalente del tifo, quella più importante, quasi fosse decisiva e appagante.

Gli stessi vessilli vanno tenuti quasi nascosti; l’anticamera della negazione dello sport. Sono lontanissimi, infatti, i tempi in cui il supporter andava allo stadio con la sciarpa, sottobraccio, della propria squadra del cuore, senza timore di essere aggredito.

L’odio è quasi giustificato; spesso interpretato come normale espressione di vivere il calcio e il tifo. Insomma, più un imbarbarimento dello sport, da condannare e deprecare con forza e senza esitazioni.