Di Flavio Verzola.
Con una serie di (parziali) giustificazioni. Scrivere dopo una sconfitta così amara è un atto quasi persecutorio. In più, purtroppo, devo anche lavorare: scrivo per passione, e ahimè, non ho ancora trovato un’anima pia disposta a pagarmi per farlo. Forse non sono così bravo. Quindi, mi tocca fare l’operaio.
La pausa nazionali, però, mi offre una tregua. E l’occasione di ragionare con più calma sulle ragioni del tonfo friulano. Provare a capire il perché è, in realtà, molto più semplice di quanto sembri. E proprio questa chiarezza rende tutto ancora più amaro.
L’Inter è ormai l’esempio vivente del condizionale passato: un “avrebbe potuto essere” divenuto la costante sgradita degli ultimi anni. È vero, in passato le casse erano vuote – “danee ghe ne minga”, direbbe un milanese – ma quest’anno qualche soldo da investire c’era. Bastava affrontare alcuni problemi cronici: un centrale giovane e veloce, un centrocampista di rottura “a recuperar palloni”, una punta esterna capace di saltare l’uomo per dare imprevedibilità all’attacco. E, perché no, qualche giovane di prospettiva.
Tutte esigenze note a tifosi e addetti ai lavori. Eppure, per un motivo o per un altro, nonostante l’inserimento di alcuni giovani interessanti, i problemi strutturali sono rimasti. E alla prima occasione, il campo – giudice supremo – ce li ha sbattuti in faccia senza pietà.
Nessuno, dopo la goleada contro l’armata Brancaleone granata, pensava di aver risolto tutto. Ma in pochi immaginavano una sconfitta interna già alla seconda. Solito “Bisteccone” con le sue titubanze difensive, e l’atroce dubbio che siano irreversibili. Chalanoglu in riserva fisica e mentale, forse già con la testa a un tramonto sul Bosforo. Il giovane croato, rivelazione della prima, ingabbiato dalla ferocia friulana. Le punte – diventate quattro – rimbalzavano contro un muro invalicabile, eretto dai granatieri di Udine, guidati da un allenatore dal rigore austriaco.
Nei giorni successivi, il pensiero è scivolato su un vecchio ricordo scolastico: il “muro del Carso” cantato da Ungaretti in San Martino del Carso. Un altro mattone nel muro, come direbbero i Pink Floyd: Hey! Teachers! Leave them kids alone!
Ecco, i “maestri” che hanno costruito questa rosa avrebbero forse dovuto avere un po’ più di rispetto per le aspettative del popolo nerazzurro, invece di seguire pedissequamente le deprimenti indicazioni aziendali.
Sì, mi sono illuso. Dopo una stagione alla Tafazzi per noi e trionfale per i conti della quercia californiana, mi aspettavo qualcosa di diverso. Invece, è chiaro: la società si accontenta di mostrarsi competitiva, giusto per illuderci. Fumo negli occhi, prosciutto sulle pupille. Noi, innamorati persi, continueremo a tifare, mentre loro consolideranno i bilanci. Le vittorie? Chimere lontanissime.
Come se ne esce?
Bella domanda. Non ho ricette. Posso solo dirvi cosa farò io: vivrò questa stagione con la stessa passione di sempre, ma con meno illusioni. Quelle che l’anno scorso avevamo legittimamente, e che sono state brutalmente disilluse.
Non mi aspetto nulla, ma sono già deluso. Quando la consapevolezza si fa rassegnazione, anche il calcio si arrende alla fisica: azione e reazione. Semina e raccolto.
Eppure, urlerò ai gol. Mi arrabbierò per le sconfitte. Ma niente sogni, finché i cordoni della borsa resteranno in mano a speculatori privi di scrupoli, passione e rispetto per questa maglia gloriosa.
Anche la curva – nuda, muta, imbavagliata – contribuirà al clima di depressione. E temo che Caschetto, che stimo profondamente, possa pagare colpe non sue. L’impresa che lo attende è titanica. E gli strumenti a disposizione, purtroppo, limitatissimi.
Perdere fa parte del gioco, se hai fatto tutto per vincere. Ma se avresti potuto e non l’hai fatto, il tarlo ti rode dentro. Per sempre.
Spero tanto di sbagliarmi.
Marcia avanti.
