Di Flavio Verzola.
Cagliari non sarà mai una trasferta come le altre. Troppi ricordi affiorano: dalla Saras di Moratti alla nota passione nerazzurra dell’attuale presidente rossoblù, Tommaso Giulini.
L’Unipol Domus – ex Sant’Elia – si conferma da sempre un banco di prova ostico per chi sbarca in Sardegna. Un teatro di sfida che incarna perfettamente la caparbietà e la fierezza del popolo sardo.
Perché di popolo dobbiamo parlare.
Con il rispetto che meritano, i sardi – ovunque nel mondo si trovino – mantengono vivo e incrollabile il legame con la loro isola. Introversi e riflessivi, decisi e sinceri, poco avvezzi ai compromessi. Abituati da secoli a lottare per la propria indipendenza, hanno subito conquiste sul campo, ma mai nell’anima. Né nel cuore, fiero, di chi è consapevole della propria unicità.
Forse è il contatto con la natura aspra, forse il vento e il mare a forgiarne lo spirito. Ma il Sardo ha lo sguardo di chi non ha mai avuto nulla da cui vergognarsi. La loro bandiera, i quattro mori, è un orgoglioso emblema di identità: ricordo di una vittoria aragonese sui Saraceni, con la croce di San Giorgio a dividerli.
Pochi amici, ma veri. Non ne hanno bisogno: la loro sincerità è incompatibile con la ruffianeria. In questo, un po’ di spirito interista c’è.
Italiani: santi, poeti, navigatori… e anche pallavolisti.
In questa metafora della vita in cui si butta la palla oltre la rete, emerge l’orgoglio della sarda Alessia Orro, che sventola la bandiera dei quattro mori. E come non citare Paola Egonu, o i nuovi campioni del mondo Romanò e Michieletto, che portano la fede nerazzurra ai vertici dello sport mondiale. Onore a loro!
Ma torniamo al campo.
Arriviamo in Sardegna scricchiolanti e titubanti. Le recenti scoppole hanno lasciato il segno. Nonostante buone prestazioni, la banda di Caschetto si ritrova subito su un sentiero in salita. Difficile. Vietato sbagliare.
Da “caschetto” a “elmetto” è un attimo, necessario per ripararsi non solo dal fuoco nemico, ma anche da quello amico: l’interista furioso per un mercato incerto e una stampa che gongola nel ricordare quanto le cicatrici della scorsa stagione abbiano inciso su questo avvio zoppicante.
Ma il mister non ci sta.
Cristian Chivu gira pagina. Nuove idee tattiche, determinazione crescente. Anche il sottoscritto, con cuore in mano, ha deciso di seppellire l’ascia di guerra – almeno per ora – e tornare a soffrire per questi splendidi, maledetti colori.
Basta condizionali, basta “se avessimo preso questo o quello”. Basta critiche (giuste) al mercato: ormai siamo questi, e con i “se” e i “ma” non si va da nessuna parte.
Chivu ha avuto una grande qualità: ha archiviato subito il recente passato, molto più di tanti di noi. Lavora partita dopo partita, alza la testa rimproverando il tifoso scontento e urla come un pazzo al primo gol di Pio nostro, che chiude finalmente la gara.
Perché sì, dopo un primo tempo ottimo – tra pali interni e raddoppi sfiorati – torniamo in campo con lo stesso piglio. Ma nonostante il dominio, il risultato resta fermo sull’1-0.
A segnare è il solito Lauti, una notizia che ormai non fa più notizia. Quello che fa notizia è il traguardo: Martínez ha superato Sandro Mazzola nella classifica marcatori all-time nerazzurra. Onore e merito.
Chiudere le partite: questo il mantra.
I sardi, scampato il pericolo, iniziano a crederci. Dopo venti minuti di predominio nerazzurro (sterile), trovano un palo clamoroso con Martinez battuto. Brivido lungo la schiena. Film già visto.
Ma stavolta no. I nostri quattro mori – Bonnino, Aka Tikus, Dumfries e lo stesso Pio – non mollano di un centimetro. Ed è Pio Esposito a metterla dentro, regalando una gioia paurosa. Sembra un ossimoro, ma è la verità.
È troppo bello per essere vero: vedere questo ragazzone, cresciuto col nerazzurro addosso, segnare il suo primo gol in Serie A con l’assist di Dimarco, anche lui con lo stesso percorso giovanile. Vedere i bimbi diventare grandi, con la stessa maglia.
Con la solita paura interista che tutto possa svanire.
Proteggiamolo, questo tesoro. Da tutto e da tutti. Soprattutto quando arriveranno i momenti duri e le vipere inizieranno a sibilare.
Il ragazzo sembra forte. Anche di testa.
Fa paura dirlo, lo sussurro piano. Troppe volte ci siamo illusi: Adriano, Balotelli, nomi che ancora scottano. Ma Pio sembra avere un’altra testa. E se serve, ci penserà il suo mister a dargli qualche scapellotto educativo.
Nel frattempo, ha un modello straordinario accanto: Lautaro, capitano vero, dentro e fuori dal campo.
Insomma, una vittoria bella e rassicurante.
Non guardiamo gli altri. Facciamo il nostro percorso. E poi si vedrà.
Chiosa finale: ci stringiamo con affetto attorno a Javier Zanetti, per la dolorosa perdita del suo papà.
La vita va cinicamente avanti.
Come la marcia dell’Inter.
