Di Flavio Verzola.
Domenica di veleno, tra indignazione e rispetto
Complice il cambio dell’ora – e una notte in cui, come tutti gli interisti, ho dormito malissimo – sono sveglio all’alba, già pronto per scrivere. A ruota libera. Di getto. Di stomaco.
Si scrive per cercare di dare una spiegazione, magari anche solo parzialmente logica, a quanto visto.
“Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”, diceva Agatha Christie. Frase perfetta per descrivere la situazione che, ogni maledetta domenica, ci viene propinata con giustificazioni sempre più inaccettabili.
Ieri sera, quel punto di non ritorno lo abbiamo toccato. E forse superato. Fino a sfiorare il confine dell’incredulità.
Quanti schiaffi ancora dobbiamo subire? Quante amarezze ingoiare? Dalle manette di Mou in poi, ne abbiamo viste di tutti i colori. Eppure si va avanti. Si manda giù l’ennesimo Maalox. E si aspetta la prossima.
Due allenatori, due mondi
Ho ammirato il mio allenatore. Chivu. Lucido e signorile nelle dichiarazioni post-partita.
Il paragone con le frasi sconnesse e deliranti del suo collega partenopeo è talmente evidente da risultare imbarazzante.
La distanza intellettuale tra i due è abissale. E sinceramente, patetica.
Del resto, chi proviene dalla scuola bianconera non può che replicarne i dogmi: il famoso “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Un mantra tossico che altera ogni giudizio, piega la realtà, annulla la lealtà sportiva. Senza vergogna. Senza dubbi.
Lui, l’altro, vive di certezze. Nella sua visione contecentrica del calcio, è sostenuto da uno stuolo di ruffiani che esaltano ogni suo delirio di onnipotenza.
Se perde, è sempre colpa di qualcun altro. Se vince, è il suo ennesimo miracolo. E il popolo lo osanna.
Tra illusioni e vecchi fantasmi
Chi ha vissuto ai margini della tavola imbandita del calcio, chi ha affrontato trasferte a Lanciano o scambiato campioni di urina per evitare squalifiche (il mio idolo è Zanetti, e ne vado fiero), trova oggi nel successo una giustificazione a tutto.
Continua a ripetere fino allo sfinimento la favoletta dei “poteri del Nord”, senza nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi opposta. Una fame tale da annullare ogni contatto con la realtà. E col rispetto.
L’ennesima dimostrazione? La caciara sotto le finestre dell’hotel dove dormivano i nostri ragazzi. Una storia vecchia.
Uno scudetto piovuto dal cielo. Un regalo di una Lega corrotta e manipolatrice. E ora il copione si ripete: rigori inesistenti, gol in fuorigioco, arbitri “distratti” come Abisso, carezze al “povero” Gimenez ancora frastornato…
L’occasione sprecata
Eppure, loro erano in difficoltà. Bastava poco. Ma senza “l’aiutino” – e chiamarlo così è un eufemismo – avremmo potuto fare bottino pieno.
Abbiamo fallito un’occasione d’oro.
In questa domenica amarissima, le parole di Chivu mi fanno quasi vacillare.
Quasi.
Perché lui non si lamenta del rigore, delle simulazioni, delle provocazioni continue della panchina avversaria. Non accampa scuse.
Parla di campo. Di concentrazione persa dopo il battibecco con “il furbetto parruccone”. Parla di occasioni fallite. Di errori commessi nei gol subiti. Mai un accenno alla sfortuna. Solo responsabilità.
Una visione del calcio fatta di onestà, consapevolezza, lealtà.
Di onore.
Più forti dell’ingiustizia
“Nessun titolo ha più valore della lealtà e dell’onore”, recitava una vecchia maglietta della Curva Nord. Oggi più attuale che mai.
Io però non sono saggio come Chivu. Sono troppo tifoso. E le nostre colpe – ieri e nella stagione scorsa – ancora mi bruciano.
E allora, si va avanti. Ma il tarlo della morte annunciata ci perfora il cervello.
Come nel romanzo di Gabriel García Márquez: tutti sapevano dell’intenzione dei fratelli Vicario di uccidere Santiago Nasar. Tutti, tranne lui.
Tutti sappiamo del vento che spinge certe squadre. Di un campionato che sembra già segnato. Mentre l’indignazione generale si affievolisce fino a diventare una carezza d’acqua che sfiora appena la riva.
Finché c’è Chivu…
La domanda è: fino a quando riusciremo a resistere, prima di mandare tutto e tutti a quel paese?
Forse, finché ci saranno persone come Chivu. Che parlano di calcio con intelligenza, che credono nel lavoro, che non si arrendono.
Ha certezze di campo. Ha fiducia nei suoi ragazzi. Lotterà fino alla fine per migliorarci.
Perché per vincere, noi dovremo sempre essere di gran lunga più forti, perfino – e soprattutto – delle ingiustizie.
Basterà?
Temo di no.
Ma so che Mister Chivu farà di tutto. E per questo, avrà sempre il nostro rispetto.
Al prossimo torto clamoroso…
Con fatica, Marcia Avanti.
