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venerdì, Febbraio 13, 2026

Appianix

Di Flavio Verzola.

Appianix è un villaggio della Gallia Cisalpina, abitato da irriducibili Galli, che resiste – ora e sempre – all’invasore!
Allenati da uno stregone di origini rumene, tra le sue mura fortificate accoglie guerrieri di diverse etnie, uniti da un’unica missione: opporsi con coraggio e fierezza all’arroganza dei dominatori.

Un manipolo di questi valorosi Galli nerazzurri si è presentato alle porte della Roma imperiale, con l’ardito intento di conquistarla e mettere a segno il terzo, leggendario, Sacco dell’Urbe.

Dopo quello dei Visigoti di Alarico nel 410, e il famigerato e sanguinoso saccheggio del 1527 ad opera dei Lanzichenecchi di Carlo V, ecco la terza invasione: meno cruenta, ma calcisticamente significativa.

Il teatro della battaglia è lo Stadio Olimpico, dove si affrontano le armate giallorosse e i Galli nerazzurri.

Tanti i ricordi scolpiti nella memoria interista:
• Lo Scudetto del Mancio, conquistato a Parma il 18 maggio 2008, con la Roma sconfitta a Catania;
• La cavalcata tricolore iniziata proprio contro i giallorossi, con il pareggio firmato Zanetti il 27 febbraio 2008;
• La meravigliosa rovesciata di Youri Djorkaeff del 5 gennaio 1997;
• Le notti magiche della Coppa Italia 2004/2005 e 2005/2006, con Chivu ancora in giallorosso, prima di diventare leggenda nerazzurra.

Roma-Inter non è mai una partita come le altre. Non solo calcio: è la sfida tra le due capitali d’Italia. Concedetemi, da “bauscia”, di spezzare una lancia per la mia Milano. Roma è arte, storia e magnificenza. Ma Milano è economia, finanza e moda. Due città da cui è lecito vantarsi nel mondo.

E quando si incontrano in campo, entrambe gonfiano il petto: rappresentano due tifoserie passionali, fantastiche, e mai banali.

Dopo la scoppola (immeritata) di Torino, la banda del Principe di Transilvania approda all’Olimpico tra dubbi e piccole certezze. È una gara spartiacque: finora, le vittorie sono arrivate contro avversari, almeno sulla carta, inferiori. Ma sono questi gli scontri che fanno la differenza: nei punti e nell’autostima.

Anche la Roma ha cambiato guida tecnica. Un allenatore dalle indiscusse capacità, che però – tradizionalmente – soffre l’Inter. La sua orchestra è piena di solisti capaci di risolvere una partita con una giocata.

L’Inter si presenta senza Tikus, ancora fermo per un problema muscolare. Lauti, reduce dall’ennesima maratona in Argentina tra fusi orari e raffreddore, non è al top. Martedì c’è la Champions, ma oggi bisogna tornare in vetta.

Chivu, di fronte al suo passato, guida i suoi nel secondo big match stagionale, dopo aver perso il primo immeritatamente. Sa quanto è importante dare un segnale forte.

Il primo tempo è un dominio. Squadra attenta, aggressiva, pronta a colpire.
Gioca Bonny, bersaglio di mugugni estivi, ma oggi più che convincente. Con Pionostro, abbiamo finalmente un attacco degno del nome.

Ed è proprio lui, il nostro Pio, a segnare il gol che fa tremare le mura dell’Urbe: servito da un lancio splendido di Barella, scatta sul filo del fuorigioco, resiste al ritorno di N’Dicka e batte Svilar sul suo palo. Gol al 6’ minuto. Curiosità? Anche il Sacco di Roma del 1527 cominciò il 6 maggio. Che la numerologia dica la sua?

Il primo tempo è quasi perfetto. Mkhitaryan, ex di turno, domina il centrocampo, ma è anche protagonista in negativo: da un suo errore nasce un’occasione d’oro per il raddoppio, poi clamorosamente fallita. Il palo colpito nella ripresa grida ancora vendetta.

Il problema? Il vantaggio minimo, che ci costringe a soffrire nella ripresa.

Complice il calo fisico, la Roma prende campo. Resta in undici grazie al solito arbitro Massa, che grazia N’Dicka dal secondo giallo e consente a Mancini di fare il bello e il cattivo tempo. Ciliegina sulla torta: una punizione pericolosa concessa per un inesistente mani di Acerbi.

Onestamente, ancora mi chiedo se questi arbitri siano solo incapaci o qualcosa di peggio. In entrambi i casi: inaccettabile.

L’Inter regge. E questa è già una notizia.

Negli ultimi anni, eravamo splendidi solo quando dominavamo. Ma nelle partite “sporche”, spesso cadevamo. Troppe volte abbiamo buttato punti così.
Non oggi.

La Roma ci mette in difficoltà e il pareggio non sarebbe stato scandaloso. Ma c’è un nuovo spirito. Un nuovo corso. L’emblema? La partita di Pio: entra al posto dello stremato Lauti, fa reparto da solo, prende botte, difende palla, fa salire la squadra.

Giocatore fatto e finito. E non aggiungo altro, per scaramanzia.

Sommer salva più di una volta. La squadra non molla. L’abbraccio finale tra Barella e Chivu, con tutti i compagni coinvolti, è il simbolo di questa Inter.

Non sempre bella, ma tremendamente compatta ed efficace.

Segnale al campionato: ci siamo anche noi.

Marcia Avanti!

Flavio Verzola
Flavio Verzola
Sessant'anni compiuti, sempre con l'Inter nel cuore. Tanti chilometri, tanti amici, tante gioie e qualche dolore, ma quando il nerazzurro ti entra nel cuore e nell'anima, non ne puoi più farne a meno.
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