Tardelli ed il suo gol più importante

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Tardelli ed il suo gol più importante

Tardelli è un po’ l’emblema della straordinaria magia azzurra ai Mondiali di Spagna 82. “La sera del 5 luglio, guardandoci negli occhi, ci accorgemmo di pensare tutti la stessa cosa. Avremmo vinto noi. Ormai eravamo sicuri” 

La sua faccia da duro è destinata a passare alla storia del calcio grazie ad una corsa impazzita di gioia, il primo piano più rivisto degli ultimi anni; aveva segnato un gol da favola, era il due a zero e lo sanno tutti, Tardelli aveva messo i tedeschi in ginocchio e adesso ricorda quel momento e avverte, quasi incattivendosi: “Io spero di non dover passare alla storia di quel mondiale solo per un gol ed una corsa, penso d’aver combinato anche qualcos’altro. Comunque non me ne vergogno certo: era una cosa vera, verissima, mia e nostra. Ed è stato il gol più importante che io abbia mai segnato“. Marco Tardelli, capo storico di quella squadra (e per qualcuno anche capopolo, primo dei rivoltosi) è sempre lo stesso: l’aria è spavalda, di uno che cerca anche di sembrare indisponente mentre invece è timido e cortese. Che poi in campo sia una jena, un combattente, è altro discorso. Uno che ha vissuto in prima linea l’avventura più incredibile dello sport italiano. Partiti con l’etichetta di armata Brancaleone, tornarono da eroi. “Era difficile, all’inizio, era difficile davvero. Ci portavamo dietro i problemi d’una stagione non esaltante come quella 1981, ma ci portavamo dietro le nostre certezze, anche. I rapporti con la stampa erano diventati veramente duri. Del resto, chissà perchè, non siamo mai stati molto amati dalla stampa, noi. Noi come gruppo, come nazionale intendo. E ci facevamo forza da soli“. L’avventura cominciò con la Polonia, a Vigo. Zero a zero, senza esaltare. Traversa di Tardelli: “Potevamo vincere. Era l’esordio; partita nervosa, ma abbiamo giocato meglio noi. Tutto regolare. L’unico problema l’abbiamo avuto col Perù. Dopo un ottimo primo tempo noi ci siamo rilassati, abbiamo permesso che attaccassero, che ci schiacciassero. Ma l’abbiamo portata in fondo lo stesso. E arrivava il Camerun, e stava succedendo un pandemonio; dall’Italia, per telefono, c’informavano di critiche feroci, di interrogazioni parlamentari, era difficile restare tranquilli. Qualcuno ha accusato la sindrome da Corea, vero: ma importante era andare avanti. Andammo“. E vennero i giorni del silenzio. Il “black out” degli uomini di Bearzot, che qualcuno ritenne arma segreta di quel successo. Tardelli sbuffa: “Non ci ha aiutato il silenzio stampa. Ci siamo aiutati da soli. Il silenzio era inevitabile, e non è vero che sia stato io a fomentarlo. Capitò dopo un articolo, l’ennesimo, sui nostri affari extracalcistici. Qualcuno si era occupato delle nostre mogli, quelle che stavano in Spagna. Abbiamo cominciato a parlarne a tavola, ci siamo trovati tutti d’accordo. Non era il caso di rilasciare altre interviste. Tutto qua. Preferivamo pensare a Brasile ed Argentina. Avversari che stimolano avversari che avversari contro i quali l’Italia si esalta”

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Alla coppa, Tardelli cominciò a pensarci pochi giorni dopo: il 5 luglio. “Mi sono sentito campione del mondo nel momento in cui la zampa di Rossi cacciò nella porta del Brasile quel pallone che io avevo buttato nel mucchio, sul 2 a 2. E’ stato come un lampo: solo una supersquadra poteva reagire ad una mazzata del genere segnando ancora. Contro il Brasile, squadra di fenomeni veri, incredibili, ma presuntuosi. Perchè sul 2 a 2 volevano vincere: e non potevano, contro quell’Italia. L’Argentina l’abbiamo piegata di slancio, ricordo l’azione splendida che mi mandò a rete come fosse oggi: Conti ed Antognoni avevano impostato un contropiede perfetto. E una volta battuta l’Argentina cambiarono molte cose. Perchè i brasiliani ci avevano visti, ed io mi accorsi all’ingresso in campo che ci temevano. Ed avevano ragione. Io non giocai gli ultimi minuti, col Brasile; mi ero fatto male al momento del terzo gol. Uscendo dal campo mi dicevo di star tranquillo, che tanto c’era Zoff in porta, e Zoff era il più grande. Infatti, rivedendo la sera gli ultimi minuti in TV, mi accorsi della sua parata incredibile al novantesimo. Con un portiere così, stavamo tranquilli. E quella sera del 5 luglio, guardandoci negli occhi, ci accorgemmo di pensare tutti la stessa cosa. Avremmo vinto noi. Ormai eravamo sicuri. Se ne accorse la Polonia: la semifinale è stata giocata con tale autorità, tale consapevolezza dei propri mezzi, che il risultato non è stato mai in discussione. Eravamo pronti per Madrid“. Il giorno più bello del calcio italiano giunse puntuale, l’11 luglio. “Potrei sembrare sciocco, ma insisto: eravamo tranquilli. Non ci turbava nulla. Arrivò Pertini, una visita che tutti abbiamo apprezzato. La vigilia fu serenissima, passò via liscia, nemmeno ci preoccupavamo di chi avrebbe giocato: a quel punto, chiunque fosse entrato in squadra avrebbe ottenuto lo stesso incredibile rendimento. Eravamo tutti all’altezza di vincere un mondiale. E in campo non ho mai avuto un dubbio. Nemmeno quando Cabrini sbagliò il rigore: si ricominciò a giocare come niente fosse; anche nell’intervallo ci bastarono poche parole di Bearzot, che era certo anche lui, ormai, del successo. A Cabrini nessuno parlò: in certi casi è meglio tacere, per delicatezza, e poi Antonio è uno che ha carattere da vendere. E infatti, puntuale il gol di Rossi. Non ci avrebbero mai più ripreso, sono convinto, la Germania era in balia nostra. Ma arrivò quel gol, bello, spettacolare, a risolvere il problema del tutto. Era il gol della certezza, era il gol che metteva le coppa nelle mani di Zoff, anche se, ripeto, ci sentivamo già tutti campioni. Era un gol che m’è piaciuto tanto, insomma: forse è per questo che ho corso così… E poi m’ è venuto spontaneo, a me piace segnare, mi esalta. Figurarsi poi in una finale di coppa del mondo. Correre da campioni del mondo è piacevole, sapete?“.

Fonte: "Storie di calcio Altervista"

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