La misteriosa morte di Enrico Cucchi

ENRICOCUCCHI

La misteriosa morte di Enrico Cucchi

Quella di Enrico Cucchi è una delle scomparse «misteriose» avvenute mondo del calcio e ormai ha più di un ventennio, essendo avvenuta il 4 marzo 1996.

Il suo calvario comincia a Bari, in seguito all’operazione ad un neo della coscia, che portò alla successiva metastasi nel 1994, l’ultima stagione agonistica giocata nelle file del Ravenna. Di quell’operazione chirurgica non rimane traccia, insabbiata per la solita logica della speculazione mercantile sulla pelle dei calciatori. L’idea della vittima sacrificata al mondo del pallone viene alla giovane vedova, Sabrina, che informa il giudice Guariniello sull’eventualità che suo marito non fosse stato tutelato a dovere da un punto di vista medico nelle società in cui ha militato. Ipotesi che il padre di Cucchi, Piero, non conferma, né smentisce, chiuso ancora nel suo dolore di genitore e primo allenatore di Enrico. Solo quello resta oltre al grande dubbio di una vicenda sepolta nel silenzio che è stato il preludio alla fine di un ragazzo di 30 anni.

Nato a Savona il 2 giugno 1965, inizia a giocare al calcio non appena riesce a reggersi in piedi. Il calcio è di casa, papà Pierino è stato prima calciatore ed ora allenatore.E’ orgoglioso di questo suo ragazzo che promette di far meglio anche di lui, una lunga carriera tra Savona, Lazio, Varese, Ternana e Arezzo. Gli insegna a lavorare sodo, a soffrire, a condurre una vita sana. Se lo portava assieme, di buon mattino, per lunghe corse in riva al mare, a respirare aria buona. E poi, di pomeriggio, al campo di Legino padre e figlio, in allenamento corrono sempre più di tutti. Nel frattempo Enrico non trascura gli studi. Frequenta l’istituto per geometri e si diploma prima di lasciare Savona per affrontare alla grande la professione di calciatore. Piero Cucchi protegge il ragazzino, non vuole che Enrico si «bruci» e, difatti, prima di farlo esordire nel Savona in C2 ci pensa a lungo. Lo porta in panchina, al massimo gli fa disputare gli ultimi minuti, a risultato ormai acquisito. «Non vorrei si dicesse che lo faccio giocare perché è mio figlio», borbotta. Ma Enrico, come il padre, ha il calcio nel sangue, tenerlo a freno è impossibile. E così, dopo un paio di stagioni in C2 con il Savona, ecco l’inevitabile balzo in serie A, finalmente le grandi soddisfazioni dopo tanto correre sulla spiaggia. Arriva all’Inter nel 1982 a diciassette anni. Doveva finire alla Samp, ma Beltrami fa pressioni su Cucchi senior (erano stati giocatori assieme) per portarlo all’Inter.

Però a Milano gli spazi lì a centrocampo sono sbarrati, e per 4 stagioni si accontenta di guardare da fuori. Arriva il suo turno, ad Ascoli nel gennaio del 1985, mandato in campo da Castagner. La più grande serata della sua vita passa però il 10 aprile di quell’anno, quando in Coppa Uefa contro il Real, trascina i nerazzurri alla vittoria. Ormai è uno che conta e a settembre arrivò anche la convocazione nell’Under 21. In campo il suo gioco è fatto di ordine e disciplina, ha guizzi di talento e grinta da vendere. I piedi sono buoni, magari non eccezionali, ma hanno dentro la potenza della dinamite pura, quella che esplode all’improvviso e provoca danni nelle difese avversarie. Nella stagione successiva entra stabilmente in prima squadra, disputando 22 partite in campionato e segnando una rete contro il Lecce.Dopo un anno in prestito dall’Inter all’Empoli, neo-promosso in Serie A ed una stagione alla Fiorentina (dove gioca, apprezzatissimo, con Roberto Baggio e Borgonovo), mister Trapattoni lo rivuole in nerazzurro, dove diventa una pedina fondamentale della squadra che partecipa alla Coppa dei Campioni. Preciso come un suo contrasto, arriva inesorabile il momento della seconda fuga da San Siro, con viaggio verso Sud. Va al Bari, allenato da Salvemini, stagione 1990/91, e deve subito farsioperare alla coscia per via di un neo. Un punto nero che è cresciuto nel tempo e ha richiesto l’incisione al Policlinico del capoluogo pugliese, per evitare che si trasformi in qualcosa di più grave, maleficio che puntualmente invece poi si verificherà.Enrico torna in campo, perché è uno che non si lamenta mai e per lui il calcio è tutto, insieme allo studio. Campo e studio, con ore passate sopra i codici di Giurisprudenza perché sogna di farel’avvocato o magari il procuratore in difesa dei diritti dei colleghi, quei diritti che, come aveva toccato con mano, si potevano eludere così facilmente. E‘ iscritto all’Università di Bari e gli mancano quattro esami per la laurea.

Un giorno, stagione 1993/94 a Ravenna, il dolore agli adduttori si fa fortissimo: è pieno di linfonodi, di ghiandole maligne, viene operato a Milano alla clinica di Santa Rita e poi comincia la chemioterapia per evitare quelle metastasi che invece non gli danno tregua. Papà Piero quando sa che non c’è più niente da fare, abbandona il lavoro, la panchina del Potenza, per stare vicino ad Enrico, che tentava la sua ultima difesa da centrocampista. Il 4 marzo del ’96, la sua ultima partita con la vita si interrompe e a ricordarlo in lacrime è il suo amico Beppe Bergomi: «Enrico era uno a cui non si poteva non voler bene. Ho in mente la partita meravigliosa che giocò contro la Samp, facendoci vincere la Supercoppa italiana nell’89-’90. Mi piace ricordarlo così, in campo, da vincente». Di Enrico restano i ricordi e un’associazione che porta il suo nome: Enrico Cucchi-Volontari per le cure palliative. Povero carissimo Enrico, eravamo buoni amici e con altri ti ricordiamo, come ricorderemo quella tua grande partita contro il Real Madrid,  R.I.P.

 

 

Fonte: "Storie di calcio Altervista"

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