Lev Jashin, il "Ragno Nero"

JASHIN

Lev Jashin, il "Ragno Nero"

Quando lo sport diventa leggenda... 

Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Ronaldo (quello brasiliano, il Fenomeno insomma), Johan Cruijff ed Eusébio. Pablito Rossi, Roby Baggio, Gianni Rivera… Un elenco di stelle da sogno, ché a loro si potrebbero aggiungere altri nomi che del calcio hanno fatto la storia, vedi un certo Michel Platini. Tanti Numeri Nove e Numeri Dieci, fantasia e estro di uno sport che da più di cent’anni infiamma il pianeta intero, come neanche le corse dei carri nel mondo di Roma. Poi qualcuno che il campo lo illuminava dalla sua area di rigore e non da quella avversaria, il mitico Kaiser Franz Beckenbauer e Fabio Cannavaro, per esempio. Ed uno, un solo Numero Uno. Dicembre 1963. James Peter Jimmy Greaves, inarrestabile bomber degli Spurs del Tottenham, 51 voti. Giovanni Rivera, detto Gianni, genio del centrocampo milanese di sponda rossonera, 56 voti. Lev Ivanovič Jašin (o, per dirla all’occidentale, Lev Yashin), portiere della Dinamo Mosca, 73 punti.

Quel giorno, il Ragno Nero trionfava nella più prestigiosa classifica mondiale, nel massimo trofeo cui un calciatore potesse ambire. Quel giorno, Lev Yashin bloccava nelle sue mani magiche un ennesimo pallone, questa volta d’oro. Il Pallone d’Oro di France Football, l’Oscar del calcio. Impresa sensazionale e mai più ripetuta, la sua, anche se negli anni a seguire ci sarebbero andati (relativamente) vicini altri due monumenti dell’area piccola, Dino Zoff e Gianluigi Buffon. Impresa da Lev Ivanovič Jašin. Cosa ha di tanto speciale, quel ragazzone di 189 cm di altezza e 82 kg di peso, che per altro aveva esordito nello sport come hockeista su ghiaccio e non come calciatore? All’apparenza nulla, statura a parte.

Un giovane come tanti, nato il 22 ottobre 1929 e figlio di operai dell’industria pesante, povera gente che si guadagna il pane con il duro lavoro della fabbrica. Comincia a lavorare presto, Lev. È l’estate del 1941 e la Germania nazista ha appena attaccato l’Unione Sovietica, rompendo il patto Molotov-Ribbentrop. Il dodicenne Yashin è chiamato rimpiazzare i colleghi più anziani impegnati al fronte in quei giorni tragici. Già su quest’epoca della vita di Lev fioriscono gli aneddoti. I più divertenti riguardano la velocità e la destrezza con cui il ragazzino riesce a bloccare al volo i bulloni e gli oggetti da lavoro che i suoi compagni gli lanciano per gioco. A meno di vent’anni, è convocato a far parte della squadra del Ministero per gli Affari Interni, la gloriosa Dinamo Mosca. Non come calciatore tuttavia, perché il portiere titolare e insostituibile del team è Aleksej Chomič, la popolarissima Tigre. Complice (dicono) anche un assurdo goal subito nell’amichevole d’esordio su rinvio del portiere avversario, Yashin è dirottato sulla squadra di hockey su ghiaccio. Non gli va poi così male, dato che nel giro di un triennio vince un campionato sovietico, quello del 1953. Il suo destino però non è sul ghiaccio. L’anno dopo Chomič si infortuna gravemente, e Lev è chiamato a sostituirlo. È l’inizio di un’epopea lunga tre lustri. Il giovane non abbandonerà mai più la maglia numero 1 della Dinamo sino al giorno del suo ritiro, nel 1971. La fama internazionale arriva nel 1956, a Melbourne.

In URSS vige il dilettantismo di stato, sicuramente poco remunerativo per gli atleti, ma efficacissimo sul piano sportivo. Yashin, che guadagna più o meno quanto un sottufficiale dell’Armata Rossa o un professore (cioè molto meno di 200 rubli al mese, che a sentirlo ora Ibrahimović o Messi si metterebbero a piangere dalle risate) può perciò partecipare alle Olimpiadi, all’epoca ancora rigidamente (e ipocritamente) riservate ai non professionisti. Lev guida l’Unione Sovietica alla conquista dell’oro, subendo solo due reti, ed effettuando parate al limite dell’incredibile. La televisione dell’epoca è quasi dappertutto (USA a parte) in un sobrio bianco e nero, per cui la tuta che Yashin indossa, di un blu molto scuro, appare nera agli occhi degli spettatori. Il portiere diviene così, per il mondo, il Ragno Nero. Ai mondiali svedesi del 1958, l’Unione Sovietica arriva ai quarti dopo uno spareggio con gli inglesi, ma deve cedere ai padroni di casa e a quella formidabile squadra che solo il Brasile di Didi-Vavá-Pelè saprà piegare in una finale storica e bellissima. 1960. Ad opera del dirigente UEFA Henry Delaunay, nasce il Campionato Europeo per Nazioni, che si disputa non in un torneo finale, come avviene oggi, ma con progressive eliminazioni.

È ancora l’URSS a trionfare, e ancora una volta grazie al suo fenomenale portiere. In una squadra solida, compatta e affidabile, ma senza grossi campioni (in linea con lo stile nazionale, si potrebbe dire), la differenza la fanno proprio la potenza atletica, l’agilità e il colpo d’occhio di Lev. I sovietici battono l’Ungheria agli ottavi, poi nei quarti la Spagna rifiuta di scendere in campo per il veto di Francisco Franco. Lo stolto diktat del Caudillo spagnolo impedisce la disputa di un incontro affascinante tra i sovietici e la nazionale di Alfredo Di Stefano e dei grandi madrilisti di quegli anni. Battuta la Cecoslovacchia in semifinale, Yashin e i suoi scendono in campo contro la Jugoslavia per la finale al Parco dei Principi di Parigi. Il 2-1 conclusivo laurea l’URSS primo team Campione Europeo. Il Mundial del 1962 ha una storia sostanzialmente analoga a quello Svedese. L’Unione Sovietica arriva nuovamente ai quarti, e di nuovo si trova davanti i padroni di casa. È una partita durissima, spigolosa e a tratti violenta. Il mito di Yashin si arricchisce di un nuovo capitolo. Colpito duramente ad un occhio dal cileno Honorino Landa, Lev rimane in campo menomato e con una vistosa benda che lo rende simile ad un pirata. Invano, perché l’URSS perde 2-1 ed è eliminata. Yashin, ormai trentatreenne, annuncia il suo ritiro, ma poi fortunatamente ci ripensa. Il 1963 è infatti il suo anno d’oro: trionfa in campionato con la Dinamo, subendo 6 goal in 27 partite, e vince il Pallone di France Football. A Wembley, nella partita Inghilterra-Resto del Mondo, celebrativa del Centenario della Federazione Inglese, mantiene inviolata la sua porta per tutto il tempo che gioca, ricevendo a più riprese standing ovations dai 100.000 spettatori presenti. Poi, negli ottavi degli Europei di Spagna 1964 (ancora diluiti nel tempo e non a gironi finali), l’URSS deve affrontare l’Italia di Edmondo Fabbri.

«Ero tranquillo quando Fabbri ha indicato che toccava a me. Ho agguantato la palla, ho voluto fintare, ma Yashin, che è un vero campione, non ha abboccato. Inizialmente volevo indirizzare la palla alla destra del portiere sovietico, poi mi sono accorto che un suo compagno gli aveva suggerito la direzione giusta, ho preferito cambiare, ma il colpo mi è riuscito solo in parte. Appena colpita la palla – troppo bassa rispetto alle mie abitudini – mi sono accorto che Yashin si raggomitolava trattenendola. Ho sbagliato tutto». Sono parole di Sandrino Mazzola, il Baffo della Grande Inter, il quale, il 10 novembre 1963, a Roma, si fa parare da Lev un rigore decisivo. Ad appena 30’ dalla fine dell’incontro, che l’Italia pareggia per 1-1, uscendo dal Campionato Europeo in virtù dello 0-2 dell’andata. Una figura comunque migliore di quella che la stessa Nazionale rimedierà meno di tre anni dopo a Middlesbrough.Dicono che Mazzola abbia corretto, in seguito: «Lo guardai cercando di capire dove si sarebbe tuffato e solo tempo dopo mi resi conto che doveva avermi ipnotizzato… Quel giorno il mio tiro andò dove voleva Yashin», ma forse è solo una leggenda urbana.

Di sicuro disse ancora di lui: «Per me è stato l’unico portiere in grado di far sbagliare i tiri degli avversari. Con la sue enorme statura e le sue lunghissime braccia, sembrava coprire tutta la porta, una massa nera sempre incombente. Quando arrivavo sotto porta, restava lì immobile e mi costringeva affannosamente a chiedermi: ma se quello non si muove, adesso io da che parte tiro? Metteva soggezione. Un gol sicuro contro Yashin poteva nascere soltanto da un tiro sbagliato». Giudizio che tutti gli attaccanti di quell’epoca di fuoriclasse potrebbero sottoscrivere. Per la storia, nel proseguo di quel Campionato, l’URSS subirà ancora una volta la maledizione dei padroni di casa, perdendo a Madrid la finale contro le Furie Rosse. L’ultimo Mondiale giocato di Yashin è quello inglese, dove ancora una volta incrocia l’Italia, in una partita che termina 1-0 per l’URSS. Come finisce quel Campionato per la nostra Nazionale, lo sappiamo purtroppo tutti, e neppure oggi ci siamo ancora liberati di quell’incubo. All’URSS va meglio, e il quarto posto finale costituisce tuttora il miglior risultato di sempre per una qualsiasi squadra del vecchio stato unitario socialista. Ormai Lev è agli sgoccioli della carriera. Al Mundial messicano 1970, pur presente, non è più titolare. Il 27 maggio 1971, a Mosca, nello Stadio Lenin zeppo di 103.000 spettatori (ma le richieste di biglietti superano le 700.000), si svolge la partita d’addio, con Bobby Charlton, Franz Beckenbauer, Eusébio, Giacinto Facchetti e persino Pelé in campo. 326 partite con la Dinamo Mosca e 74 con la Nazionale sovietica, di cui 207 concluse a porta inviolata. Questi i numeri di un fuoriclasse eccelso, dell’uomo che ha esaltato il ruolo del portiere ai massimi livelli, e che lo ha innovato dirigendo e impostando la difesa dalla porta come mai era accaduto in precedenza. I numeri di un uomo grande (lo riconoscono da sempre i suoi avversari, Pelé ed Eusébio in primo luogo) e piuttosto sfortunato nel seguito della sua vita.

Allenatore di squadre minori in Finlandia, perde una gamba nel 1985 per una gravissima tromboflebite. Poi, nel 1990, appena sessantenne, un tumore allo stomaco lo porta via per sempre. Un destino infelice, che tuttavia gli concede un regalo finale: nel 1988 fa in tempo ad accompagnare a Seul l’URSS nella seconda vittoria olimpica. La sua ultima soddisfazione sportiva. Che dire ancora di un mito catapultato dalle immense pianure russe tra i pali delle porte di tutto il mondo? Beh, ad esempio che pur essendo un Eroe del Lavoro Socialista e potendo vantare l’Ordine di Lenin, è scaramantico quanto un napoletano di Portici. Sono state scritte pagine e pagine sul suo vezzo di scendere in campo con due cappelli, uno da indossare e uno da tenere dentro la porta per tutta la partita. Un gesto apotropaico inconsueto e simpatico. Che poi, hai visto mai, magari funziona pure, se guardiamo ai risultati. E, sempre a proposito di cappelli, in Russia raccontano che un bel giorno Yashin abbia visto partire un tiro da lontano e si sia tolto il berretto in volo, prima di effettuare la presa. Iconografia verbale popolare, di quella genuina. Agiografia laica e affettuosa, persino con un fondo di verità, che i nonni tramandano ai nipoti nelle lunghe sere dei freddissimi inverni moscoviti, un po’ come succede da noi con Virgilio Levratto e le sue sette reti sfondate. Ché poi la leggenda narra anche che dopo ognuno dei forse più di 150 penalty parati in carriera, Lev si chinasse nella sua porta e raccogliesse un quadrifoglio. Leggenda, appunto. Ma non costa nulla ed è bello fantasticare che così fosse davvero. Che Eupalla dea del calcio volesse premiare in questo modo gentile e discreto uno dei suoi figli prediletti. Nella Fascia di Kuiper, là, oltre Nettuno e ai margini del nostro sistema stellare, in mezzo a migliaia di altri viaggiatori del buio, ruota attorno al Sole un pianetino di 26,87 km di diametro. Un nanerottolo del nulla, poco più di uno scoglio, scoperto il 2 ottobre 1978. Un nanerottolo che orbiterà forse per sempre in un immutabile ciclo bicentenario. Porta una simbolica maglia blu scura con il Numero 1, questo vagabondo dell’eternità. Perché il suo nome è 3442 Yashin.

 

Autore: Danilo Francescano - "Storie di Sport"

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