Editoriale - Siamo i soliti pazzi!

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Ottantamila sugli spalti e coreografie spettacolari che hanno fatto il giro del mondo. Emozioni e sentimento. Prima la paura di soccombere per buona parte del primo tempo; poi il doppio vantaggio, raggiunto da Icardi e compagni con cinismo e freddezza. E poi quei minuti finali che vorresti cancellare. Nella memoria resta invece la zampata di Zapata e quei diabolici venti centimetri oltre la linea di porta; pochi centimetri volti a caratterizzare l’incontenibile gioia rossonera e la mesta tristezza nerazzurra.

Negli ultimi minuti c’è tutta l’Inter. E la follia come stato cronico non curabile. La Cina, spettatrice in massa dell’evento, gioisce perché la passione per il calcio passa da questi stati emotivi così diversi e convulsi. Insomma, con occhi neutri è stato un bel derby. Da interista Zapata mi è parso uno dei tanti risolutori dei nostri destini ultimi. Così simile a tanti altri castigatori di occasioni recenti e passate. Tante volte il trionfo è apparso vicino. Troppe volte ho cullato e desiderato un destino o epilogo diverso ma prontamente ho dovuto fare i conti con un Dna che ritorna. Nel bene e nel male.

In mezzo un’Inter con Nagatomo per fermare Suso e Joao Mario per caricare le polveri di Icardi. L’Inter, all’inizio, è macchinosa; non imposta come dovrebbe e sembra scossa dalle ultime deludenti prestazioni. Gagliardini è l’emblema. Il Milan è veloce e spavaldo in alcune ripartenze; si fa preferire come gioco e in ben cinque occasioni fa tremare l’Inter. Nel giro di poco tempo accade la svolta perché Candreva, al 36’, porta in vantaggio l’Inter e otto minuti dopo Icardi castiga Donnarumma per il due a zero.

Così, sino all’ultima parte della gara dove Montella mostra coraggio e schiera cinque attaccanti per tentare la rimonta. A sette minuti dal termine il Milan perde due a zero. Puoi fare e pensare tutti i discorsi che vuoi. Dentro di me schiero dieci difensori puri a difesa del risultato; subito dopo penso a rinforzare l’attacco per dare a Montella la prova provata che noi non temiamo nessuno. Il tempo trascorre; manca una manciata di minuti. La certezza del risultato, quando di mezzo c’è l’Inter in modo specifico, è molto simile alla certezza della pena in Italia.

È solo un’idea. Hai il presentimento o meglio la paura che tutto possa capitare. Anche se il vantaggio è rassicurante per te e scoraggiante per il tuo avversario. I demoni sono sempre in agguato. Tristi figuri che segnano il percorso di chi ama questa squadra ed è portata ad amarla in modo viscerale sino in fondo. Le lacrime dei tifosi, all’uscita dallo stadio, mi hanno ricordato la nostra storia. Si dice che nei momenti di difficoltà si sviluppa un senso d’appartenenza ancora più marcato e profondo. Penso sia vero; abbiamo le prove. Suning può ripartire anche da questo per costruire, finalmente, un’ Inter vincente. Amala!

 

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