Uomini e campioni: Florian Albert, fuoriclasse dalla straordinaria eleganza

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Flórián Albert, considerato da molti il giocatore più elegante di tutti i tempi, nasce il 15 settembre del 1941 a Hercegszántó, nel profondo sud dell’Ungheria.

 

Aveva classe ed un immenso talento. Flórián Albert era arte. Il padre, contadino e fabbro, dopo l’invasione dell’Armata Rossa decide di trasferirsi con la famiglia nella capitale. L'improvvisa scomparsa della madre priva la fattoria della manodopera necessaria al sostentamento familiare. In questo tessuto sociale che vede la società magiara stretta dal giogo sovietico cresce e si forma Albert; sin da giovane conquista la fama per le sue capacità intuitive, la visione di gioco eccelsa e le improvvise accelerazioni. La straordinaria visione di gioco è condita da geometrie attente e precise con un'innata capacità nel saper fare sempre la cosa più utile per la squadra. Con un dribbling eccellente.

Albert apriva un’epoca di transizione e la nazionale dei vari Puskas, Kocsis e Kubala stava cominciando ad essere un lontano ricordo. Il calcio ungherese viveva un momento particolare. È in questo clima di tensioni politiche e ricambio generazionale calcistico che nasce la leggenda di Florian Albert. Viene acquistato dal Ferencváros dove rimane la bellezza di 22 anni. L’Honved, che ai tempi rappresentava ancora l'espressione massima del calcio magiaro, non ritiene di puntare sul giovane campione. Col Ferencvaros avrebbe giocato 536 partite con un bottino di 258 reti nelle competizioni ufficiali; un palmarès, a fine carriera, di tutto rispetto con quattro vittorie in campionato e due nelle coppe nazionali. A livello europeo vanta la conquista della Coppa delle Fiere nel 1968.

Ambidestro sin dalla nascita esordisce in campionato nel 1958 appena 17enne, e bagna l'esordio con una doppietta. Svela subito al mondo le sue notevoli qualità tecnico-tattiche. Schierato come centravanti di costruzione si rivela pressoché imprendibile per le difese avversarie . È in grado di fare reparto da solo e sa caricarsi sulle spalle l'intera squadra. Quando Lajos Baroti decide di convocarlo per la prima volta in nazionale sarà per un’amichevole contro la Svezia nel 1959, Albert non è neanche maggiorenne: sarà la prima di 75 partite, condite da 31 reti.

Un generoso come ebbero occasione di rimarcare in patria gli stessi professionisti dell'informazione. Dopo l’inaspettata cavalcata, alle Olimpiadi di Roma del 60', che vale la medaglia di bronzo per l’Ungheria, Albert bissa il titolo di capocannoniere dell'anno precedente, e avvia l'inizio di un ciclo che li avrebbe portati a vincere quattro campionati in sei stagioni. Florian è il leader di quella squadra: ha un dribbling secondo solo a quello di Best in Europa e una notevole freddezza sotto porta. Ha la capacità incredibile di dare alla singola partita l'andamento da lui voluto.

La stagione 1964/65 è quella dell'apoteosi: la squadra del nono distretto di Budapest è il primo club ungherese a sollevare una coppa europea. I biancoverdi sollevano la Coppa delle Fiere dopo aver battuto in successione Roma, Manchester United e infine Juventus. Quando arrivano i Mondiali del ’66 Albert è ormai un campione affermato e la squadra ungherese passa alla storia grazie al leggendario 3-1 rifilato ai danni del Brasile (orfano di Pelè, infortunatosi nel primo match del girone). “In campo contro il Brasile c’erano Gerson, Tostão e Garrincha, ma tutto lo stadio inneggiava ad Albert”. (Sandor Matrai, stopper dell’Ungheria). Il sogno di riscattare l’Ungheria di Puskas finisce nei quarti proprio contro l’Unione Sovietica. L'anno seguente Albert si prende la sua rivincita battendo i fuoriclasse Charlton e Beckenbauer nella corsa al riconoscimento singolo più ambito: il Pallone d’oro.

Florian era adorato dalla stampa di governo e se pochi anni prima Puskas e altri campioni ungheresi erano partiti per un tour in Sudamerica senza più fare ritorno, contribuendo al successo delle big iberiche piuttosto che delle squadre nazionali, Albert invece era rimasto. Diventando un simbolo magiaro. Era adorato dai tifosi e il suo modo di stare in campo rifletteva fantasia e altruismo. Albert e compagni furono interpreti ultimi dell’epoca d’oro del calcio danubiano: quello del calcio dinamico con l’obbligo di manovrare la palla in linea e raggiungere la porta avversaria mediante una fitta ragnatela di corti passaggi e un gran movimento di uomini senza palla. Fondamentali sono il centromediano, schierato un po' dietro la linea dei centrocampisti, deputato ad appoggiare l’attacco e intercettare il gioco davanti alla difesa – e soprattutto il centravanti, che, oltre a fungere da terminale, spesso doveva giocare leggermente arretrato per lanciare nello spazio le mezzali deputate al gol.

Albert, in quella posizione, fu determinante per i successi del Ferencváros. La carriera di Albert e la storia del Ferencváros subiscono un triste arresto perché Albert si frattura una gamba, con la Nazionale, nel 1969 ed è costretto a rimanere fermo per due anni. Quando rientra, ha una gamba più corta di due centimetri e non ha più la continuità di un tempo né mostra l’efficacia dei tempi migliori. Amato così tanto che nel 2007 il Ferencváros gli ha intitolato il proprio stadio. Albert è stato senza dubbio l’ultimo vero fuoriclasse di cui l’Ungheria abbia potuto fregiarsi. Cittadino onorario di Budapest e degno erede di Puskas, è morto nel 2001.

 

 

 

 

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