Inter-Benfica. L’Inter non fu più una squadra ma un’armata da guerra.

Più forti di tutto. Della pioggia e di Eusebio.

Inter-Benfica. L’Inter non fu più una squadra ma un’armata da guerra

Più forti di tutto. Della pioggia e di Eusebio.

A Milano, quel giorno, un temporale annunciò l’avanzata nerazzurra. Poco prima dell’inizio l’arbitro Dienst compì un sopraluogo per studiare le condizioni del campo; in precedenza anche Herrera e Schwartz verificarono la praticabilità del campo. Dienst fece giocare. Nessuno ci avrebbe spaventato e niente ci avrebbe intimorito. Le avverse condizioni metereologiche avrebbero ingigantito la tempra e la forza dei nostri. I tifosi avevano aspettato quel momento in tutti i modi. 85.000 a S. Siro, la loro risposta. Alle 21.25 le squadre fanno il loro ingresso in campo.

Giocare la finale, per giunta in casa propria, sembrò un segno del destino per una squadra da tramandare ormai alle future generazioni. Le battaglie con l’Independiente, tempo prima, avevano fatto il giro del mondo; cuore e grinta perché a Buenos Aires non passi se non liberi i cingolati. Cronache che sembravano pura invenzione a beneficio di una favola ma tutto era reale; l’ostilità sugli spalti era un felice connubio con la ferocia e l’aggressività in campo. L’immagine dell’Inter non era più quella di una semplice squadra ma di una cosa molto simile ad un’armata da guerra pronta a triturare ogni campo, ogni avversario e le difese poco potevano. Così era stato anche per il Real Madrid di Gento e Puskas l’anno precedente. Se vincere è complicato, ancora più difficile è ripetersi, diceva un antico adagio.

Helenio era assurto al ruolo di Cesare della nuova era morattiana. Sbarazzati del Liverpool mentre il Benfica, tra gli altri, aveva mandato a casa Real Madrid e Vasas. Eusebio era il prezzo del biglietto. La pioggia nulla potè sul cuore caldo dei milanesi e gli italiani affollavano ogni luogo per vedere tutto in diretta. Bedin andava su o Rei, Burgnich agiva su Simoes e Guarneri si occupava della punta Torres. L’attenzione era massima su Coluna che era la ragione guida delle azioni portoghesi. Anche Germano dirigeva sapientemente; lui incarnava una delle anime, era parte essenziale dei lusitani. La forza del Benfica era anche nei due centrali difensivi come Cavem e Cruz e in un portiere di grande statura internazionale come Costa Pereira; una squadra dal valore incommensurabile per riprendere alcune parole della Gazzetta dello Sport. Puoi capire il valore complessivo della squadra nerazzurra solo ammirando quella lusitana. Il Benfica era una fitta rete di passaggi volti al controllo degli spazi sino alla progressiva conquista dell’area avversaria. Il campo, complice la pioggia, era acqua allo stato puro; difficile tutto, anche il controllo o un semplice appoggio nascondevano insidie. L’acqua rese alla memoria le dimensioni dell’impresa perché quelle condizioni atmosferiche moltiplicarono le forze degli uomini in campo. Il primo tempo vede un Benfica giocare in modo giudizioso e attento; quella portoghese è squadra di grande caratura internazionale. Noi comandiamo le operazioni ma non riusciamo a trovare il guizzo vincente.

Giochiamo con ardore e manteniamo sempre l’iniziativa anche se i pericoli più grossi li crea proprio la squadra portoghese. Improvvisamente, al 42’, accade l’episodio che indirizza la gara verso la glorificazione della Leggenda. A pochi minuti, infatti, dalla fine del primo tempo l’Inter abbraccia gli dei. Facchetti lancia in avanti, dialogano a stretto contatto Corso e Mazzola per servire Jair da cui parte un tiro neanche tanto forte ma quanto basta per passare tra le gambe di Costa Pereira. Germano cerca d’impedire il gol ma il suo tentativo estremo si dimostra vano. Nel secondo tempo l’Inter produce gioco senza riuscire a concretizzare. La cronaca narra di un’ Inter stoica che difende e conquista tutto. Le mani, sulla seconda Coppa dei Campioni della nostra storia, portano i segni della fatica. L’ultimo quarto d’ora è, in particolare, un manifesto alla lotta, al combattimento e alla resistenza fisica. L’Inter era una legione e i suoi vessilli occupavano il cuore della gente interista; ma anche di tutti coloro che amavano il calcio perché i nerazzurri coniarono un modo nuovo di stare in campo e di vincere. L’Inter di H.H era dominio, possesso totale di un pallone che in tre secondi era concepito per piegare il fronte avversario. A te bastavano invece due secondi per Amarla e non lasciarla più. Beneamata ancora una volta e non a caso.

INTER-BENFICA 1-0 (1-0) MARCATORI: 42′ Jair

INTER (4-4-2): Sarti Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola S., Peirò, Suarez, Corso. Allenatore: Helenio Herrera

BENFICA (4-2-4): Costa Pereira, Cavem, Cruz, Neto, Germano, Raul, Josè Augusto, Eusebio, Torres, Coluna, Simoes. Allenatore: Elek Schwartz ARBITRO: Gottfried Dienst (Svizzera)